MOLTEPLICI INIZI.


A proposito di:

interculturalità - scuola - letture - frivolezze - risparmio - letteratura greca - creatività - viaggi - giardinaggio .. e bizzarrie varie.

domenica 20 agosto 2017

Cose che proprio Tinni mai (o quasi mai)

(tutto parte da qui)

la Coca cola
il rap italiano di nuova generazione (cit.)
tacere quando conviene farlo
più di una doccia al giorno
i film crudi e violenti
vincere - o anche solo distinguersi - in una qualsivoglia manifestazione sportiva
i dolci al cocco
il rap italiano anni '90
la ceretta sotto le ascelle
fare lezione seduta dietro la cattedra
la televisione prima delle ore 20
i last minute
le montagne russe
qualcuno che mi regala una borsa così
i dolci alla cannella
l'automobilismo (cit.)
il motociclismo 
il rap italiano anni '80
lasciar fare a qualcun altro i cruciverba della mia Settimana enigmistica
la ceretta sulle braccia
le suonerie diverse da drin drin
snobbare per un po' i buffet delle feste, ostentando scarso appetito
i sorpassi dei camion sul tratto appenninico della A1
il rap internazionale
lamentarsi di essere superata in una fila
la ceretta sulla parte alta delle gambe
lasciar suonare sull'autoradio una canzone nota, senza cantarci sopra
l'IPhone
le forbicine (o tagliaforbice o come la chiamate voi)
Snapchat

...
continua?

Due cose mi piacerebbe che accadessero, ora: che chi mi conosce per davvero aggiungesse elementi a questa antitinnica lista, ché sicuramente ho lasciato indietro qualcosa di vitale; che altri blog partorissero germogli simili, alla ricerca di probabili incroci.

Incrociamo le dita! La speranza non è certo di casa nella mia lista.



giovedì 17 agosto 2017

Riordino e rinnovamento

Ho finalmente aggiornato la lista dei blog/siti/bla che seguo, qui sulla colonnina di destra.

E' bello come riordinare la casa dopo tanta polvere. E non ho nemmeno sudato!

Sarà il magico potere della particella ri-?
Seguiranno riflessioni linguistico-psicagogiche in merito.

martedì 15 agosto 2017

L'aria di tutti

E se tutta questa scalata - si chiedeva la professoressa stiracchiandosi su una sdraio gentilmente offerta da Sardinia ferries, lurida ma incredibilmente aderente alle forme dei suoi pensieri -  non fosse servita per sentirsi diversa, per sentirsi migliore, per vedersi in cima (ad una vetta, ad una lista, ad una cattedra), così come tutti le avevano prefigurato, ma avesse condotto semplicemente alla percezione di un'immensa "uguaglianza"? Come se una piccola valvola situata alla base del polmone - quello destro, per esattezza - si fosse aperta improvvisamente, facendo entrare nuova aria nell'apparato respiratorio? Un'aria più inquinata, certo, più fosca, anche, e più ricca di particolato (afte nervose, caghetti, infiammazioni, noncuranze), ma comunque più condivisa?

"Finalmente respirava l'aria di tutti" - avrebbe recitato quella pagina, se la sua vita fosse stata un romanzo ottocentesco.

E mentre il suo inconscio poneva al suo diaframma questa serie poco lucida di domande, la professoressa sentiva partire, alla radio dello sgangherato traghetto, una canzone tanto bella e tanto lontana, che non la faceva più soffrire come un tempo (quel tempo), ma che d'altro canto non permetteva né a lei, né tantomeno al suo diaframma, di toccare altro che non fossero quei ricordi dolciastri: le si incollavano addosso come sacchetti di plastica bagnati, e rimanevano lì, fin quasi alla fine della musica.



Incurante del contesto, stiracchiandosi in accordo con le sudicie fibre della sdraio ospitante, la professoressa chiudeva allora gli occhi e apriva il cuore e le labbra, lasciandole muovere al suono delle parole inglesi di Adele; i suoni uscivano sussurrati, per non disturbare la memoria, ma contribuivano comunque in maniera appena percettibile al dipanarsi della melodia lungo il ponte della nave, nell'aria di tutti.
Qualche tempo fa mi sarei vergognata, a canticchiare in pubblico - pensava.

Mancavano giusto un grappolo di note alla fine della seconda strofa e la professoressa si girava sempre cantando sul suo lato destro; per scoprire che lì, nella sdraio della vicina - quella che a prima vista le era sembrata una polacca, ma che qualche ora dopo avrebbe amabilmente dialogato in fluente italiano con il panzuto marito - la bionda cinquantenne stava facendo esattamente la stessa cosa, e con la medesima precisione linguistico-testuale.

Canticchiavano entrambe Adele, nell'aria di tutti e in qualche modo di loro due un po' di più.

La professoressa sorrise. E gli antichi pensieri, così come quelli più recenti, si affogarono in un bicchiere di gioia non più tanto frizzante e nemmeno tanto fredda, ma comunque rinfrancante, lì, su quel ponte di nave diretto verso una nuova vita.


sabato 12 agosto 2017

Scalata

Il due maggio del duemilaesedici è incominciato un viaggio che possiamo descrivere anche come una scalata. Una scalata, sì, perché si partiva da terra, da una terra certa e confortante - la potremmo chiamare la terra del tempo indeterminato alla scuola paritaria, ma nessun titolo esatto potrebbe descrivere a lettori ignari e lontani quanto ci si stesse comodi, in quel lembo di terra, accoccolati sulle zolle calde a fare il proprio mestiere preferito - e i cartelli con le frecce promettevano una salita verso l'alto, pressoché istantanea, verso un traguardo quasi stellare - il ruolo!, parola semi mistica che solo adesso mi permetto di sussurrare, adesso che ci sono arrivata (e in modo tutt'altro che istantaneo).

I cartelli promettevano un'agevole ascensione, tramite piccoli ma frequenti gradini, e invece la scalata è stata dura e impervia, e i gradini spesso mancavano del tutto: mancavano tra il dodici maggio e il quindici settembre, e si è aspettato con fragile pazienza al bordo di una curva, su un misero altipiano, avvolti dall'incertezza; poi la strada saliva a picco improvvisamente, tra l'otto e il nove febbraio, con scalini grossi da divorare con impegnative falcate (e si sa, la Tinni non è che abbia questa gambalunga...). Ogni tanto ai margini del sentiero ci si fermava un poco a piangere - di rabbia o di emozione; altre volte le mani e i volti amici scherzavano tra loro sulle asperità del cammino e ne ricavavano un pacchetto in più d'amore da nascondere tra le pagine del libro serale.  Ma in molte altre occasioni si era soli, soprattutto al volgere del giorno, e per non pensare a pensieri troppo pe(n)santi si sminuzzavano i frammenti dei minuti in occupazioni futili e in prove di verifica per la settimana a venire.

Il due maggio del duemilaediciassette, forse per festeggiare un traballante anniversario, un raggio di sole ha illuminato la via dell'ascesa, ma chi saltellava urlando di gioia incredula davanti al Palazzo ducale di Mantova non poteva sapere che quel raggio di sole sarebbe stato semplicemente l'ultimo prima di un tratto ripido e scosceso, più difficile di tutti i precedenti. E allora, con uno zaino sempre più carico di angosce e le tasche traboccanti di fiori, fragilità e sorrisi raccolti lungo il sentiero nelle pause per riprendere fiato, si sono masticati i gradini fino al ventisette giugno, terminati i quali la strada da percorrere coi nostri piedi pareva finalmente finita.

Ma non era finita la scalata.

Non era finito un bel niente perché da lì in poi si saliva soltanto in ascensore, con tappe arbitrarie, sussulti nel sonno, un numero indefinito di passeggeri stretti in cabina come sardine, piani elaborati e poi puntualmente mandati a monte, su, sempre più su, verso una vetta che aveva ormai perso ogni romantica prospettiva. Ci siamo fermati il ventiquattro luglio, il venticinque verso sera, il due agosto - e a Bologna, per giunta! - e il dieci dello stesso mese, quando improvvisamente l'ascensore si è aperto e chi era rimasto in piedi durante tutto quello sballottamento si è precipitato a guardare di sotto.

Per scoprire che al di sotto, semplicemente, non c'era più nulla.

Una fitta nebbia avvolgeva la montagna finalmente conquistata e non permetteva di godere di quella che sarebbe stata la meritata vista delle fatiche conseguite. Nebbia tutto in basso e nebbia anche sopra di noi, fino al cielo, che potevamo soltanto immaginare limpido, lassù da qualche parte, a giudicare dalle grida di giubilo delle aquile e dei passerotti. Avvolti in una nuvola spessa e umida ci sentivamo arrivati, sì, ma non sapevamo dove.

Non potevamo guardare né su né giù.
Non restava che guardarci in faccia. Che chinare lo sguardo sui nostri scarponi impolverati; sulle ciabatte che qualche imprudente non aveva fatto in tempo a cambiarsi prima di partire; sui calli, sulle vesciche e sulle unghie sporche; sui buchi dei calzini, sulle dita dei piedi che finalmente respiravano vita; sulle occhiaie e su tutto quel cumulo di paure istintive che avevamo fatto nostro in quell'anno di sfida continua. E imparare finalmente, di nuovo, a chiamarci per nome. Magari mettendoci un prof. davanti, che fa sempre la sua bella figura.

Tinni è ancora là, su quella vetta annebbiata; si sta mettendo qualche cerotto sui calcagni, sente che da qualche parte della sua anima è felice, ma deve re-imparare a lasciarlo uscire.

domenica 12 marzo 2017

chiarimento:

Prima mi sono trovata tra le mani questo.
Poi mi è venuta l'idea di leggerlo in classe, in prima, una prima sgangherata e a tratti impertinente, che mi sono trovata in regalo come una bici scassata a inizio primavera, e allora via andare, tra il clangore dei pedali e i freni malmessi.
Poi ancora, su due piedi, a lettura appena conclusa, ho deciso di assegnare a ciascuno di loro un elogio sulla falsa riga di. Che glorificasse qualcosa di minuto eppure fondamentale, di quasi invisibile ma pervasivo, nelle loro vite, nelle nostre esistenze.
Due settimane dopo (tre per Max, che non aveva capito un accidente della consegna, due e mezzo per Stefano, che aveva scordato il quaderno a casa, e tre e tre quarti per Andreina, che se ne stava beatamente in settimana bianca coi ricchi suoi simili) la mia cartellina rosa e viola - un regalo da Parigi - traboccava di elogi variopinti (nel vero senso della parola: ben tre su ventitré erano dedicati ai colori) e appassionati.
E' stato così che ci siamo messi a leggerli tutti - solo una superficiale correzione da parte della prof, ad eliminare sbavature e regolare tempi verbali - secondo un copione ben stabilito: tre al giorno, tutti i lunedì mattina (prima ora: servono per cominciare bene la settimana).
Sono contenta. Loro (sembrano) pure.
Ma mancava ancora qualcosa: mancavo io, mancava il mio elogio.
Lo trovate nel post precedente, in anteprima sulla mia prima: a loro lo leggerò domattina, e chissà, speriamo non abbiano troppe correzioni da fare.

sabato 11 marzo 2017

Fieno, balle di

Percorrevo una tangenziale semi deserta, qualche giorno fa, in un orario del giorno in cui avrebbe dovuto esserci buio, e invece una timida luce soffusa accarezzava l'orizzonte orientale del cielo. Un orario del giorno in cui avrei dovuto essere in casa, magari non proprio sotto le coperte, ma ancora intenta al trucco e al vestito, ad allacciarmi le scarpe, a finire senza sbavarmi l'ultima goccia di caffellatte o a cacciare l'ennesima cimice da sopra gli asciugamani, insultandola, e regalandole un ultimo, eccitante viaggio giù dallo scarico del water. E invece no, in quell'orario speciale tra notte e giorno, invece di infilare calzini ed torturare insetti puzzolenti, guidavo in tangenziale godendomi un accenno d'alba e il vuoto di entrambe le corsie, quando all'improvviso, scesa dalla cunetta all'altezza dell'ipercoop, ho trovato gran parte delle carreggiate occupate da due mastodontici camion di balle di fieno.

Ed è così che il mio personalissimo elogio ha preso lentamente forma dentro - e ora anche fuori - di me.
Perché mi sono messa a pensare alle balle di fieno.
Mentre tentavo - ma non volevo per davvero - di sorpassare quel serpentone disarticolato, miriadi di piccole pagliuzze di fieno invadevano impertinenti il mio orizzonte visivo e quello degli altri avventurieri delle sei di mattina: impertinenti e invasive, leggiadre e ballerine. Come se non fosse necessario essere un cingolato metallico per far sentire il proprio peso; come se non servisse pesare per invadere un campo; come se grazia e violenza, finalmente a braccetto, salutassero insieme a me, e alle loro madri le balle per intero, questa nuova primavera che anche oggi, anche qualche giorno fa, anche nel 2017 si ostina, invadente e gentile, a rassicurare i nostri calendari e i nostri cuori.



E allora benvenuto elogio delle balle di fieno, che accolgono le ginocchia sbucciate dei primi giorni di vacanza scolastica, in una gara a chi si arrampica prima; e i primi baci ad aspettare l'alba, lungo via degli Ossi, dopo una serata di lavoro e di risate; e le prime gocce di sudore della stagione calda.
Le balle di fieno, moderne eppure antiche: create con macchine rumorose e tecnologiche, ma fatte solo di paglia pungente.
A cosa servono, esattamente?
A far sorridere chi abita vicino ad un campo, e a fargli pensare che finalmente l'estate è vicina?
O a mantenere grandi quantità di foraggio per mucche al coperto e al compatto?

A nutrire bovini da macello, o a riscaldare la nostra anima, raggelata da un lungo inverno?

A voi la scelta: poesia o utilità, ma anche entrambe, ché come a volte accade, anche gli opposti vanno a braccetto, di contro ad ogni pregiudizio.

Nel frattempo, però, se una rondine non fa primavera, un camion di balle di fieno in tangenziale la fa eccome, e quindi, buona stagione più bella dell'anno a tutti voi.


venerdì 30 dicembre 2016

Un gioco per le feste. Versione cittadina

La condizione ottimale sarebbe, innanzitutto, di non averla mai vista. Non sapere che forma abbia, di che colore sia, dove sia collocata e perché sia così famosa. Saperla solo di nome: la ghirlandina (e badate bene che l'articolo in questo caso è fondamentale)
E allora sì, che sarebbe un attimo di grazia, percorrendo viale Trento Trieste in direzione nord, giungere all'incrocio con via Emilia e, complice un giallo inatteso, voltare appena la testa verso sinistra e - meglio se in un cielo fosco e nebbioso, come tutte le piccole gioie più faticose - vederla stagliarsi là, a illuminare col suo bianco eterno il grigio di un'operosa e spesso assente città.

Eccola, è lei! Laghirlandina. Benvenuti a Modena.

Ma anche se l'avete ammirata in cartolina, o sfogliata su un sito dedicato ai patrimoni Unesco, incontrata sul libro di geografia delle elementari o addirittura se la ignorate tutti i giorni, andando al lavoro di fretta e senz'anima, il mio consiglio è di regalarvela innanzitutto così: con un'occhiata fugace e affamata tra viale Trento Trieste e via Emilia (quante ne ha viste, di occhiate fugaci e affamate, anche lei, cara la nostra via più antica: ma questa è un'altra storia), in bilico tra il clacson dell'auto dietro al permanere del verde e il minuto successivo della propria organizzata esistenza.



E se poi vorrete compensarvi per questa pensata e regalarvi nel festeggiarla qualche pacchettino di calorie confortanti, sappiate che alla pasticceria Zeta, nonostante l'apparenza e la fama possano trarre in inganno - è la pasticceria di uno dei quartieri più altolocati della città (ci abita pure Lei!), e vanta frequentazioni di suv in terza fila e di nasi che sentono puzze in grandi quantità - un bicchierino gratis di acqua, accanto al caffè, ve lo mettono sempre, e chiedono ogni volta se lo si preferisce naturale o gassato. Lo fanno anche con i clienti che la puzza non la sentono, perché ci vivono immersi, come quei quattro operai sgangherati che ho incontrato al banco una volta che avevo deciso di comprare lì dei dolcetti per festeggiare con la mia classe che avevamo finito il primo volume della grammatica greca. Lo fanno anche quando capitano al banco gli operai e quando vengono a fare colazione i barboni; eh sì, perché la pasticceria Zeta, oltre a regalarti il bicchierino - e la scelta, cosa ancor più difficile da donare: pensateci bene! - ha pure dei prezzi bassissimi.

E se una volta usciti ben pasciuti e dissetati dalla pasticceria Zeta vi verrà un'improvvisa ed irrefrenabile voglia di piangere, basterà svoltare a sinistra all'incrocio successivo: l'ampio ed apparentemente inutile parcheggio di via Mario Vellani Marchi (piacevole anche da contemplare nella pagina dei risultati di google immagini) offre uno scenario adatto e ricco di riserbo: ben due volte mi è capitato di usufruirne a tal proposito, dopo aver gironzolato con gli occhi umidicci senza meta e senza voglia di casa. Nessuno sbriciava dietro ai vetri della panda, nessuno turbava con ingombranti passaggi un momento tanto delicato; poco oltre un piadinaro offriva, a sfogo terminato, un ristorante diversivo. 


Un buonissimo anno a tutti coloro che passeranno di qui nelle prossime ore, quindi, e un augurio speciale a quelli che decideranno di passare anche da Modena, per assaggiare - in una delle tre strampalate forme sopra proposte - un pezzettino della Grazia che ho momentaneamente appoggiato qui.